Robert Powell

 

Il Reale è inconoscibile. Il Conosciuto è irreale.

 

3ème Millénarie n. 78 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

 

 

Una delle nostre maggiori difficoltà viene dalla percezione sensoriale e dalla sua tendenza a produrre errori di percezione. Perché ciò che percepiamo non è infatti ciò che è.

Bisogna comprendere bene che ciò che è è solo ciò che è e non può essere descritto. Si può solo fare riferimento. Quindi, noi dobbiamo sempre porre attenzione alla mente che si pone totalmente nel campo dell’ignoranza.

 

Una tale ignoranza fondamentale della nostra natura è il fondamento della sofferenza.

 

La maggior parte delle persone pensa che il fondamentale dualismo sia nell’opposizione tra spirito e materia, ma non c’è una reale dualità. L’esistenza dello spirito dipende dalla materia e viceversa la materia dipende dallo spirito per la percezione. I due concetti hanno ciascuno una parte della pluralità opposta.

Il Reale non può essere percepito perché è situato al di là del campo della percezione o più precisamente  a monte del campo della percezione. Può essere fatta solo una descrizione delle entità nello spazio-tempo, ma queste sono prodotti di una percezione sensoriale, cioè del corpo e dei processi psicologici. La percezione è una funzione dei processi corporali e il corpo stesso è, in definitiva, un concetto mentale e psicologico che non ha alcuna realtà ultima.

 

Siamo come onde sull’oceano che guardano altre onde, ma l’Oceano nel suo insieme sfugge alla nostra percezione.

 

La questione del linguaggio e la confusione che ne deriva sono direttamente conseguenti a questa situazione. Le forme esistenti di comunicazione sono fondate sull’idea errata che la realtà è tangibile e trasmissibile. Poiché la verità ultima non è trasmissibile in alcun modo questo lede direttamente i nostri mezzi di comunicazione. Così, quando un maestro spirituale come Ramana Maharshi parla del Sé, non si riferisce a un individuo qualsiasi, ma a Quello che sottende ogni individuo e ogni oggetto osservabile e immaginabile o, in altre parole, alla Totalità. Questa Totalità non può essere immaginata perché si situa al di là del pensiero ed è infinitamente di più di un assemblaggio di entità finite.

La maggior parte degli sforzi spirituali hanno origine dall’azione della mente su se stessa, mentre la prima cosa è la rinuncia ad ogni sforzo, ad ogni azione nella sfera del mentale. Infatti la realizzazione richiede la dissoluzione del mentale, perché tutto quel processo è fondato sul pensiero e non è più reale della nostra immaginazione.

Pensiamo di essere un’isola in un mondo di pluralità, attraverso cui possiamo controllare o agire su ciò che ci circonda per creare più sicurezza attorno a noi. Non abbiamo assolutamente coscienza che il cosiddetto “individuo” non ha alcun potere di fare qualcosa, perché non ha nessuna entità presente per agire.

Questo “individuo” è un prodotto dell’immaginazione.

L’abbandono di questa nozione è in se stessa una realizzazione perché rappresenta una cessazione totale. Va in certo modo al contrario della nostra tendenza naturale ad “agire”, a fare degli sforzi per ottenere dei risultati, con un movimento incessante di attività.

Ma pensare di essere andato avanti o avere realizzato qualcosa è molto più  un sogno che una realtà. Così, tutto ciò che si domanda è risvegliarsi da quel sogno. Un tale risveglio necessita della cessazione di ogni attività e un lasciar andare tutte le ambizioni, anche ai cosiddetti scopi spirituali. Questo significa la fine completa di ciò che siamo stati. Tuttavia dobbiamo vedere chiaramente che nessuno sforzo può essere d’aiuto per questo, così come è impossibile cadere nel sonno profondo facendo terribili sforzi per addormentarsi, perché addormentarsi è un atto involontario.

Realizzare il Sé non divisibile nello spazio e nel tempo significa che c’è solo l’ “Io”; gli altri non esistono o fanno parte di me. Nello stesso modo io faccio parte di tutti gli altri. Il Sé è un’unità nella quale il tempo e lo spazio non hanno più nessuna esistenza. Così, potete legittimamente dire con me: “alla mia nascita è apparsa la totalità dell’Universo, alla mia morte la totalità della manifestazione cesserà d’esistere. In verità, non c’è che il Sé e niente altro”. La nascita e la morte sono espressioni letterali senza referenza; esiste solo il Sé.

Noi siamo vicinissimi a questo stato nel sonno senza sogni. Realizzare questo nello stato di veglia è conoscere lo Stato fondamentale del nostro Essere, o la realizzazione del Sé, quando ogni differenza o separazione è scomparsa.

Questo ci porta infine alla questione del sapere. Perché il sapere si colloca sempre solo nel pensiero e nessun pensiero può aiutarci nella nostra ricerca spirituale. Andiamo ancor più lontano: la ricerca stessa non può essere d’aiuto per raggiungere il Sé, perché una ricerca si riferisce sempre ad entità e queste entità sono estranee alla sfera del non-mentale che è il Sé. Questo mi ricorda una discussione a casa mia, nella quale uno dei partecipanti disse che dopo essersi interessato per molti anni alla via spirituale, era sempre agnostico. Non aveva capito un punto importante, molto sottile. Un agnostico sarebbe felice solo se gli fosse data per magia la chiave della comprensione dell’Universo. La sua tendenza è ancora quella della dualità, del non-sapere, del diniego dell’esistenza del “non-materiale”. Non sa, ma lascia aperta inconsciamente l’esistenza, da qualche parte, di un progetto razionale che gli permetta di spiegare tutto. Sente, prima di tutto, l’aiuto che il sapere, anche il sapere negativo, gli offre per affrontare la vita.

Al contrario, il vero advaitin, che ha visto appieno l’inutilità del pensiero e del sapere, sa che l’implicazione del mentale, in qualunque modo sia, mantiene una matrice di contraddizione soggiacente, che porta alla sua specifica sofferenza e sa che il Sé non si rivelerà.

Per finire, ritorniamo alla questione dell’azione e specialmente alla realizzazione. Se tutte le entità sono irreali, della natura del sogno, come lo sono le azioni effettuate su e con quelle entità cosa dobbiamo fare? A dire il vero, è una cattiva domanda. La verità è semplicemente la seguente: non potete fare nulla, perché ogni azione di questo tipo è compiuta dall’Io, che è, prima di tutto, irreale e non può mai, di conseguenza, condurre al Reale.

 

Più semplicemente, quando neghiamo la realtà dell’autore di un’azione e la vediamo senza sostanza, ogni azione, essendo a un livello irreale e immaginario, automaticamente si arresta e noi diventiamo il Sé.

 

Siamo allora risvegliati dal sogno. In questo risveglio  non c’è più “me” e gli altri, né passato presente e futuro, Tutto è ORA e non c’è che ORA!

Alla mia nascita, tutto l’universo e tutti gli altri sono nati con me e non c’erano e non ci sono altri separati da me. Alla mia morte l’universo morirà con me, perché tutto è contenuto in me, il Sé non duale. Vedere la luce eliminerà immediatamente e spontaneamente le tenebre del me irreale, una volta per tutte. Ci risvegliamo dal sogno dell’irreale. Ma questa realizzazione esclude ogni sorta di azione, che comporterebbe la riemergenza dell’irreale. Il Tutto può solamente Essere, cioè abbracciare tutto e ognuno. E’ solo il Qui ed Ora che non riconosce nessuna entità separata.