Chi incontriamo noi veramente?
L’altro non è già se stesso per se stesso?
L’altro che credo estraneo, ma prima di tutto separato da me.
Ciascuno di noi, un mondo d’idee, un mondo
mentale. Si, siamo separati, ma separati con le nostre menti che cercano la
valorizzazione e per questo fatto a un certo momento
dello scenario: il confronto.
La separazione è la conseguenza dell’identificazione con la nostra mente.
Siamo, ciascuno di noi, un ammasso di pensieri e di immagini,
fatta unicamente di memorie, di un passato al quale ci attacchiamo. Allora la
relazione con l’altro? E’ la relazione tra due mucchi di immagini.
E, secondo le temperature di ognuno di loro, ci sarà o
attrazione o repulsione. Sono proprio leggi mentali che provocano la relazione
o non la producono. Così non incontriamo dell’altro che l’involucro mentale
(una maschera), lui non incontrerà di me che l’involucro(una maschera), il mio
carapace, a volte il mio ricciolo mentale. Dell’altro
non vedrò, non chi è, non supporrò nemmeno quell’ammasso
di cui parlo, non vedrò che le mie idee su di lui…come lui non vedrà che le sue
idee su di me. Noi mettiamo sull’altro un’immagine, proiettiamo “mi manca”, “non
posso contare su di lei né avere fiducia…” E mi metto in questa prigione dorata
nella quale vorrei confinarla, mi ci ficco… il mio
desiderio di possederla, la mia paura di vedere che nessuno mi può appartenere,
il mio egoismo di non volerla che per me, la mia incapacità di guardare in
faccia quel vuoto interiore che mi abita, quella cosa che lei riempie con la
sua presenza. E il conflitto si acuisce, senza farsi
attendere. “Colpa tua se sono infelice”. Mettiamo sull’altro dei desideri
pensando, senza pensarlo veramente che è… un oggetto… Un
oggetto da possedere.
L’altro è un oggetto.
Guardiamo, vi prego, attentamente quel vissuto interattivo, impariamo a
non nasconderci il viso con idee meravigliose che non hanno niente a che vedere
con il nostro condizionamento relazionale: siamo degli oggetti gli uni per gli
altri, oggetti di desiderio, di piacere, di provocazione, di successo, di
conquista, che questa sia professionale, sentimentale, politica o idealista. Ma sempre degli oggetti, degli oggetti per accontentarci. Perché degli oggetti? Perché
definiti: ci mettiamo in scatola gli uni con gli altri, diventiamo un’immagine,
un ricordo. Vedo dell’altro il ricordo che ho di lui. L’altro, lo assegno a una memoria. Lo delimito, come lui farà con me. Allora la relazione con
l’altro è una relazione d’interesse, “visto come è, mi aiuterà a fare
carriera”, pieno di desiderio, per l’uno “sono catturato dal suo sapere” e per
l’altro “non vedo che i suoi seni”, dove mescolandosi la libido, cerco la
rassomiglianza. Cerco di assemblarmi, e mi attira l’inscatolarmi. E
mescolandosi le
libido, non si sa, ciò che è tuo, ciò che è mio… ciò che è nostro. “ah, come mi
piacerebbe vivere ciò che è nostro!”. L’appartenenza. Per non dover più dire
“non sono compreso”. Nella nostra confusione, si cerca la fusione. Sicuramente
la dolce fonte delle menti che, non dubitiamo un istante, riappariranno
quando i sessi si saranno assuefatti e i corpi sufficientemente
avviluppati, e il quotidiano diverrà per l’uno come per l’altro il luogo
appropriato dove ciascuna di quelle menti, disincagliandosi e riprendendo la
loro supremazia, si farà un dovere di affermarsi nelle proiezioni. ”Non hai
riordinato il bagno. Sempre io me ne devo occupare”. “Per una volta puoi almeno
mettere a letto i bambini.” ”Bisognerebbe davvero che
tu cambiassi”. “Il tuo comportamento è deludente…”.
L’altro desideriamo sceglierlo con le nostre esigenze
“come sei…, visto come fai le cose…”, con le nostre mani, vogliamo tenerlo con
noi, con il nostro senso di superiorità, gli diamo un’apparenza di schiavo
sottomesso. E tutto questo senza che abbiamo coscienza
un solo istante. C’è una possibilità che sia diverso da come lo vediamo? No, ci
atteniamo all’idea che abbiamo di lui; invece di apprendere, non ci resta che
prendere.
La relazione con l’altro Ma non c’è l’altro, l’altro non esiste, non ci
sono che io e il mio desiderio, io e le mie attese e le mie speranze, e sono
attirato dalla figlia del libraio, ma, perbacco, lei
non se ne preoccupa. Io, è quel che voglio, è una donna che mi fa da mangiare e
mi dà dei bambini. Una vita ben messa. E se lei non
soddisfa, vuol dire che non è fatta per me.
L’olio e l’aceto non sono fatti per stare insieme. L’altro? Dev’essere conforme alle idee che mi sono fatta su di lui,
perché le covo, le ripulisco, le lustro soprattutto per non cambiare direzione.
L’altro non esiste, solo le mie idee alle quali mi attacco,
tanto non so più quel che vuol dire innocenza, vulnerabilità, l’adesso, lì,
subito.
Amiamo quelli che ci somigliano. Gli altri, ci si lamenta, si disprezzano, si combattono. Ah, non parlatemi del cane de
mio vicino, e neanche del mio vicino…
La relazione è un rischio, Internet è lì per placare le nostre paure, ci incontreremo per e-mail.
E il conflitto? Un’amara atmosfera di
proiezioni.
In quella
relazione con l’altro, che cosa genera il conflitto (indotto dalla nostra
mente)? Sono le attese, i nostri desideri. E’ il semplice fatto che rifiutiamo
la vita come si presenta a noi. Che cos’è la vita? E parlo qui della vita quotidiana. E’ il mio vicino con idee
diverse dalle mie che si mette proprio davanti a me e mi impedisce
di uscire. E’ quell’uomo di cui mi sono innamorata e
che uscirà prima o poi dalla mia ruota mentale. E quando avevo una visione idilliaca di lui, era sordo alle
mie richieste e mostrava il suo egoismo che non prevedevo e che rifiuto, perché
rifiuto di vedere che sono io, solo io che l’ho rinchiuso in una ruota. Ecco che mi delude e che sono delusa perché non corrisponde
all’immagine che avevo di lui. E gliene voglio
perché è diverso da come immaginavo.
Cosa genera quei conflitti? E’, tra
l’altro , che prendo le mie attrattive sessuali per
amore, che considero l’amore una mercanzia e mescolo amore e aspettative, amore
e speranza: “ti comprenderò e perfino farò lo sforzo di comprenderti se tu mi
comprendi” , “riparerò il rubinetto se fai l’amore con me stasera” , “ti amerò
se tu…”. Tranne che non è amore, ma una storia di
potere tre due ammassi mentali identificatori.
Diremo che ci siamo fidati quando lui non lo
meritava, senza renderci conto che fidarsi dell’altro, come qui, è farlo
responsabile del nostro amore per lui. “Mi fido di te perché ti amo”, ma la formula non è terminata. “Ti amo se…” genera
ineluttabilmente il conflitto… “Mi fido perché ti amo” ha il sapore amaro di
un’esigenza che nascondiamo dietro i pensieri, i
nostri desideri e le nostre attrattive per l’altro: “e se mi ami veramente,
devi rispondere a questa fiducia che ti dò e non
deluderla”. Ma l’amore non ha questa… esigenza. Non si
commercia con questa fiducia data all’altro. E non temiamo di chiarire: “Non mi
deve deludere perché l’amo e mi ama” diventa “Non deve deludermi l’idea che mi
sono fatto di lei” perché in definitiva” finché corrisponde alle idee che ho su di
lei, l’amerò. Il giorno in cui uscirà da
queste, non l’amerò più.”
Tutto questo tanto più che la relazione è detta di coppia, o
una relazione amichevole. Vedrò un giorno la mia stupidità a
pretendere di conoscere l’altro?… e a comprenderlo? L’altro, non posso
conoscerlo. Può conoscermi veramente? No, ciò che si vede in me è assolutamente
mutevole. Invece, il mucchio di nubi può essere
conosciuto, facendo parte del conosciuto.
Volgiamo la nostra fiducia verso l’altro perché abbiamo paura di trovarci
soli di fronte a noi stessi, quando tutto, interamente tutto, riposa in quel
ritorno caloroso, in quella benevola messa a nudo.
“Ma che le è preso stamattina? Lei che è tanto dolce e tranquilla!”. Rimettiamo in
questione la nostra straordinaria capacità di trasformare in un essere umano in
una rappresentazione, che il suo contenuto sia capace di compassione o senza speranza? Ci
diciamo di conoscere le persone quando non cogliamo
che la superficie, l’immagine del primo incontro. Ma è di noi che si tratta, è
della nostra capacità di mettere in scatola e di conservare nella memoria quel contenuto, quelle idee che abbiamo. Poiché quelle idee
mentali appartengono al passato e si appoggiano sulle nostre paure
inconfessate, quelle di non potere controllare niente, comprendere niente e non
sapere niente, di essere di fronte a qualcosa senza riferimento…, a quello di essere soli di fronte a noi e alle nostre esigenze. Non
accettiamo le cose come ci vengono, perché pretendiamo di sapere cosa ci
converrebbe e sarebbe buono per noi. E ne vogliamo
alla vita, all’ordine sociale, ai politici e al nostro medico che non ci ha
ascoltato nell’ultima visita. La soluzione facile sarà quella di attribuire la
colpa agli altri.
Il conflitto è che ogni mattina pretendo di conoscere l’altro e di sapere
cosa va bene per me e per lui, il mio rifiuto di prendere la vita come viene,
il mio rifiuto contro la vita e le situazioni che mi manda, il mio torpore
mentale che mi rende cieco e sordo, il mio letto dove proseguo il mio
sonno dove il mio sguardo si oscurerà, preso dalle mie illusioni mentali. Il
conflitto è prendersi sempre per vittima e non vedere se l’altro mi ha fatto
male, è soprattutto che io mi chiudo in quest’idea e
non posso considerare la cosa in altro modo; se l’altro mi ha ferito, sono io
ad essere ferito, io che mi attacco a un’immagine di
me, che mi credo colpevole di qualcosa, che m’intossico per quella colpa di cui
non ho coscienza perché l’automatismo immediato si chiama vittimismo. Questo
non ti permette la chiarezza; non riconosco ciò che avviene in me. Questa
tavola di disturbi può essere vista. A questo punto, mi ricordo, è un ritorno
possibile, a che mentale mi identifico. E lo vedo: e il mio torpore mentale, il sonno facile, le mie
idee limitate, l’oscurità che mi abita.
E lì, con il discernimento, vedo anche di cosa è fatta quella
oscurità, perché divo passare di là: la disidentificazione non può aver
luogo che per la conoscenza di ciò a cui mi identifico.
Con cosa mi identifico?
Se non vedo che mi prendo per una vittima, resto identificato. E l’identificazione mi acceca. Uscire
dall’accecamento è staccarsi dalla situazione, dal personaggio, è il fatto che possa vedere ciò che mi agita interiormente,
i miei turbamenti: quello di pensare di essere l’autore della mia vita, di
paragonarmi agli altri, di credere di sapere ciò che va bene per me, come
dovrei essere, di mettere in scatola chi incrocia il mio cammino, di pretendere
di essere un’immagine limitata, di chiudermi in me e di pretendere di essere
una vittima, di amare e di sapere quali sono tutte le cause del mio disagio.
Vedere
Allora la relazione con l’altro si
chiarisce. Mi rendo conto che l’altro è me. L’altro, sono
tutti gli altri che vivono in me e che non conosco. I miei
pregiudizi che pensavo essere verità, le mie paure che penso di non poter
guardare in faccia, i miei rifiuti di fronte alle mie emozioni, il mio
inconscio che mi spinge senza che me ne renda conto. Quegli altri in
rapporto ai quali avrei potuto essere in relazione, o
non osavo, o pensavo che era inutile perché futile; imparo adesso, molto
dolcemente, a guardarli in faccia. Allora, quel mucchio di nubi, considero,
sono proprio io che l’ho messo in opera. Lo rispetto, mi assesto nella visione.
Una visione amabile. Quegli altri che mi costituiscono non sono più tanto
separati da me. Mi lego a quei frammenti, alla dispersione che mi abita.
Facendo questo, constato che la relazione con l’altro ,
colui esterno a me, si modifica. La vedo: vedo ciò con cui l’altro si identifica, le sue idee., il suo passato, un insieme di
memorie mischiate. Non voglio più cambiarlo, sono me
stesso anch’io condizionato, a mio modo, dalla storia che ho vissuto e che ho
preso per personale. Ecco, ascoltare soltanto. Non mi paragono
più Vedo in me il bisogno di essere riconosciuto dall’altro, le mie
proiezioni, la mia angoscia… La relazione con l’altro diventa una relazione
nell’istante. Nessun concetto, ma tutto è del vissuto, del vivente,
dell’adesso. Sono con ciò che si presenta ora, l’altro, la mia emozione, la sua
pena, la mia proiezione, la mia angoscia e la sua
collera. Vedo come quello agisce, dove, ciò che è toccato e perché c’è solo
quello ora. Non domando più all’altro di comprendermi né di
approvarmi. Vedo in me quando quello cerca di
essere compreso, io lo vedo: l’altro mi permette di vedere dove sono con me,
nel rifiuto o nell’accoglienza. Senza l’altro, mi sarebbe difficile conoscermi,
l’altro è un rivelatore del mio mondo interiore.
La relazione con l’altro diventa una relazione…silenziosa.
Perché occorre il silenzio per poter ascoltare ciò che l'altro cerca di dire
dietro le parole, per ascoltare ciò che si risveglia in me. In quell'ascolto silenzioso, l'altro si rivela sia l'altro in
me, sia l'’altro di fronte a me. Allora c’è il rischio di amarsi, di lasciarsi
attraversare dall’amore e di abbandonarcisi. Il
prendere fa posto all’apprendere, lì, nello stesso istante dell’incontro.
Allora si vede: dietro il mucchio di nubi, lo stesso silenzio, la stessa presenza, un amore senza potere, fresco nell’istante
in cui si vive.