Dominique Casterman

 

Verità espressa e conoscenza reale

 

   3ème Millénaire n. 60 – Tradizione della dr.ssa Luciana Scalabrini

 

L’insegnamento spirituale implica senza dubbio una pedagogia del risveglio, un metodo di liberazione e giustamente il neofita s’interrogherà: chi vuole liberarsi e da cosa?

L’essere umano non nasce pienamente realizzato: arriva solamente, con l’aiuto degli altri, a credere nell’esistenza di un me separato che si pone al di sopra del processo anonimo e spontaneo dell’unicità individuale, che non è altro che la nostra memoria personale. Dal momento che i contenuti di questa memoria si aggregano per formare un’entità dai contorni perfettamente definiti, si organizza il sentire la condizione separata: è la nascita dell’ego. L’essere umano non nasce realizzato, non è spontaneamente consapevole della sua vera natura, che è la non separazione da ciò che chiamiamo me e il resto dell’universo.

Questo si compie nel presente della vita quotidiana, quando il mentale si libera dagli ostacoli che lo mantengono nel sonno interiore: è il risveglio della coscienza, illusoriamente identificato con la storia personale, con la sua natura, che non è individuale,  ma universale. In tale prospettiva non c'è separazione tra interno ed esterno, individuale e collettivo, microscopico e macroscopico, non c’è che una sola realtà.

La creazione di coscienza implica la coesistenza istantanea di ciò che percepiamo come due entità separate nella nostra visione frammentata e ammessa dalla convenzione, cioè il soggetto e l’oggetto. Ma la stessa coscienza è una funzione che trascende una firma di dualità radicale perché, nel cuore di questo mondo magico tra sé e il mondo, chi vede e chi è visto non sono due entità separate. Infatti, niente è mai separato, bisogna perciò che impariamo a disimparare: “La scoperta della semplicità inerente alla natura profonda degli esseri e delle cose è difficile nella misura in cui siamo troppo intellettualizzati. Bisogna spezzare le consuetudini della mente per essere disponibili ai nuovi processi di percezione interiore che ci suggerisce un insegnamento non comprensibile alla nostra intellettualità abituale”. ( R. Linssen).

Sono dei concetti che non dobbiamo temere di rivisitare. Perché, prima di interrogarci su una probabile pedagogia del risveglio, mi sembra essenziale ritornare sulla differenza fondamentale che distingue il me dall’ego. Il me è una funzione naturale che si struttura progressivamente perché l’individuo possa esprimere e integrare nel mondo le sue sensazioni, i suoi sentimenti, le sue emozioni e i suoi pensieri. Somiglia al dio  Giano, con una faccia verso l’interno e un’altra verso il mondo e gli altri. Mentre il me è naturale e indispensabile, l’ego è una immensa illusione, un falso me, un’immagine senza consistenza reale, disincarnato e alienante. L’ego è il prodotto di un processo d’identificazione della coscienza con qualità, comportamenti, possessioni, interessi particolari caratteristici di una personalità. Il me diventa vittima del culto dell’ego nel senso che è posseduto dall’immagine al punto da non poter più agire e pensare se non in una direzione esclusiva: quella imposta dall’immagine distinta di sé.

Nessuna via è rappresentativa della verità stessa, ciascuna non è che l’indice puntato verso la luna. L’errore è credere che la nostra coscienza, come uno specchio brillante, potrebbe essere il riflesso di un’ultima realtà obbiettiva. Senza dubbio la conoscenza profonda  degli esseri e delle cose è  inestimabile. Questo limite implica il silenzio del pensiero psicologico che identifica la parola immagine- emozione col reale. Nel silenzio del mentale che discrimina, ogni istante basta a se stesso e si autogenera in una dinamica che si accosta al compimento della stessa vita. Così, come dice Benoit “ogni problema è precisamente quello di saltare il fosso che separa la realtà espressa dalla reale conoscenza”.

Quando si trattò di presentare ai lettori occidentali il metodo di liberazione che era per lui l’insegnamento del Ch’an, Hubert Benoit divenne un vero pedagogo, capace di condurci con le spiegazioni discorsive fino al limite del fossato che separa la verità espressa dalla conoscenza reale. Allora non esita a domandare ai lettori, affinchè non perdano tempo a leggere libri, a non assumere un atteggiamento rassegnato per cui l’ultima realtà avrebbe dovuto sfuggire loro per sempre; essi dovevano accettare la possibilità  di quello che lo Zen chiama satori, cioè un’interna modificazione dell’uomo, che gli rivela finalmente la gioia della sua essenza assoluta. Ma ci dice anche che è solo quando avremo concretamente svalutato la nozione stessa di tutte le vie immaginabili che esploderà il satori, reale visione che non ci sono vie, perché non c’è da andare da nessuna parte, perchè di ogni eternità si è al centro unico di tutto.

C’è innegabilmente una stretta relazione tra il lavoro interiore, che consiste in un miglioramento costante della comprensione dell’umana condizione, e il risveglio spirituale, che consiste in un intenso senso di unità interiore e di partecipazione cosmica. Si tratta  della anteriorità cronologica del lavoro interiore che precede la realizzazione totale, ma non di una anteriorità causale: a causa di questo, succede quello, ma certo non a causa di questo.

Infatti il risveglio all’ultima realtà non si realizza che quando cessa definitivamente ogni lavoro, ogni attesa, ogni situazione in cui siamo nel tempo psicologico, che somiglia ad un passaggio temporaneo tra ciò che è e ciò che si vorrebbe che accadesse.

Infatti questo è il tempo richiesto per diventare o non diventare ciò che si desidera da una parte e ciò che si teme dall’altra.

E’in ogni caso sicuramente augurabile coltivare lo spirito d’animo che consiste nel vivere finchè è possibile nel momento presente.

Torniamo al silenzio interiore.

Cosa significa? Come evocarlo senza rischio di sembrare troppo irrazionali o semplicemente incomprensibili? Perché, se cediamo al richiamo delle parole, al desiderio di dire una verità inesprimibile, ci occorre allora mettere dei limiti, definire i nostri punti di vista per centrare il nostro cammino in uno spazio di spiegazioni costruttive. Cos’è dunque il silenzio interiore? Beninteso, non è il niente, è il silenzio del pensiero psicologico d’identificazione, è l’atteggiamento non mentale che cancella i pregiudizi, i giudizi di valore e soprattutto le emozioni che vi si attaccano.

E’ l’energia dell’istante, dove incontriamo l’accadimento senza che niente si aggiunga ad una naturale funzione di percezione fisica, psichica e affettiva. In queste condizioni il fisico e l’affettivo si subordinano a una volontà che va oltre, per compiersi nell’agire.

La coscienza non è individuale ma universale.

In generale lo ignoriamo e allora la coscienza è illusoriamente individualizzata. La costruzione illusoria è il mentale associato all’ego; non può assumere funzionalmente la volontà superiore che comporta la subordinazione dei livelli soggiacenti che sono lo psichico e l’affettivo. E’ alla coscienza universale che spetta quel compito e all’intelletto puro riportarla sul piano funzionale, dove si realizza l’integrazione e l’organizzazione delle entità duali del mondo dei fenomeni.  La complessità umana fa parte certamente di quel mondo dei fenomeni.

Le espressioni come coscienza universale, risveglio spirituale e l’ultima realtà, sono simboli concettuali che, benchè non rappresentino la realtà, suggeriscono un senso attraverso e al di là della formulazione verbale. Questo fa pensare che ogni riflessione metafisica, ogni ricerca che ha per oggetto la conoscenza dell’assoluto, è fondata sull’idea che l’uomo ha la possibilità, se è dotato d’intuizione metafisica, di scorgere nel vissuto della sua coscienza l’evidenza di verità intellettuali senza farsene alcuna rappresentazione formale. L’intuizione metafisica non è nelle verità convenzionalmente ammessa; per tale motivo è impossibile che due persone abbiano la stessa idea intuitiva; quell’idea emerge dalla coscienza universale senza imporsi a tutti in modo identico.

Infine, il risveglio, l’illuminazione, c’è una pedagogia? Risponderò con una dichiarazione di Benoit: “I maestri Zen non fanno dissertazioni sulle domande che vengono loro poste; rispondono più volentieri con una frase sconcertante o con col silenzio, o ripetendo la domanda (…). Mi sembra che, per soddisfare un occidentale, le dissertazioni strettamente limitate, siano necessarie. Senza dubbio il punto di vista ultimo è inesprimibile, e il maestro nuocerebbe all’allievo se gli lasciasse dimenticare che tutto il problema è precisamente saltare il fosso che separa la verità espressa dalla conoscenza reale (…). Lo Zen dice che l’uomo non ha niente di complicato da fare. Personalmente, ho dovuto riflettere per anni prima di cominciare a vedere come quel consiglio potesse essere applicato concretamente nella nostra vita interiore”.

L’approccio presentato sopra somiglia alla via progressiva, che, ben condotta, deve condurci al limite di quel fossato che separa la verità espressa dalla conoscenza reale. Ma il salto è improvviso, inatteso, arriva a nostra insaputa, non ha causa. Semplicemente, a seguito di quello, accade questo.

I metodi sono diversi, riflettono le divergenze nel modo di intendere lo scopo. Ma ciò che è comune a tutti è la volontà di far recedere la credenza di una coscienza individualizzata (ego).

Ora siamo in grado di rispondere alla domanda: chi vuole liberarsi e da cosa? E’ il me che vuole liberarsi dalla sofferenza, che gli infligge la coscienza illusoriamente individualizzata.