Serge Cafarnan

 

La verità guida i nostri passi

 

3ème Millénaire n. 81 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

 

La dualità vero/falso non si applica a una cosa. Un sandwich non è né vero né falso, è o non è, è sulla tavola o non c’è. Esiste, oppure non è che un concetto che evoco pensandoci. Attorno a me, nel mio campo di coscienza c’è tutto ciò che posso nominare o ancora ciò che vedo senza cercare di nominarlo.

Non posso parlare  di vero/falso solamente quando il dubbio appare e una cosa rischia di non essere che falsa apparenza: “il biglietto che mi ha dato la cameriera forse è falso”. “Devo fare attenzione. Dall’antiquario c’è un vero Luigi 15°, a meno che non sia una contraffazione abile, che rischierebbe d’ingannare chi non è abbastanza preparato”.

Il termine preciso che dovremmo usare in quei casi è “autentico”. Ciò che è autentico è nella sua apparenza conforme a ciò che è. L’anello placcato oro non è un anello d’oro autentico, benchè la sua apparenza possa indurre in errore. Per il resto, è un oggetto come un altro  che ha la sua realtà.

La dualità vero/falso non si applica solo agli stati mentali. Se sono molto inquieto, non posso dire se l’inquietudine è vera o falsa, essa è; essa ha il suo modo, evidentemente non come il sandwich, ma come uno stato dello spirito. Ora, che sia fondata è un’altra cosa. Può darsi che mi roda per niente e che la sola causa della mia inquietudine non sia che un pensiero della mia mente. La mente ha quella particolarità che può molto facilmente  indurre un’emozione senza alcun rapporto con la mia esperienza. Posso farmi paura, posso provocarmi vergogna, posso provocarmi un desiderio e nutrirlo con il pensiero. Una volta che il desiderio e l’emozione occupano il mio campo di coscienza, essi esistono, sebbene in modo non materiale. Non ha alcun senso dire a un bambino che la sua paura non esiste; esiste  nel momento in cui ne fa l’esperienza.

La dualità vero/falso si applica invece  molto bene ai nostri giudizi.

Posso affermare di aver visto Piero in via Roma ieri, dire la verità o sbagliarmi. Posso voler mentire a questo proposito, perché ne ho un interesse. I giudizi che trovo su un giornale possono essere molto pertinenti, come sbagliati. Posso giudicare che Melania e Andrea non mi raccontano che bugie o che mi dicono la verità. E’ banale, abbiamo una propensione a giudicare a destra e a manca, anche sui soggetti di cui non ci intendiamo per niente o dove siamo mal informati. Ciò che chiamiamo verità è per la maggior parte una collezione di giudizi aleatori derivati dall’apparenza. Invece accordiamo poca attenzione all’osservazione diretta a contatto con i fatti. Perciò  la verità di un giudizio non ha senso che in quella relazione. Una proposizione è vera quando corrisponde a uno stato di fatto, è falsa quando enuncia una proprietà che non è osservabile. Posso dire che ci sono cinque cavalli in piazza tal dei tali nella tale città. Bisognerebbe verificare, forse mi sbaglio. Gli scolastici parlavano in quel senso di adeguare la cosa all’intelletto, adeguando le cose stesse alla mente che giudica.

Da lì una definizione della verità strettamente dipendente dalla logica della dualità: la verità è la qualità di una proposizione che fa un’affermazione il cui contenuto corrisponde alla realtà. Ci sono cinque cavalli e non otto. E’ vero. Ma perché ragionare in un sistema con due valori vero/falso? La verità è racchiusa nella logica?

Il mentale ordinario funziona nella dualità, è nel pensiero duale che è più a suo agio. La mente riesce molto bene in tutte le forme di dualità ed è così che prende posizione nella polemica, che si basa sul paradigma torto/ragione. Possiamo notare che le persone che amano discutere su tutto, funzionano in questo modo. Con quello schema, si è sicuri di trovare qualcuno che non sarà d’accordo, che sosterrà una parte se sostenete l’altra e viceversa.

La logica della dualità mette ciò che si chiama il principio d’identità, A=A. Questo, ridotto a una formulazione breve, dà una tautologia come: “la pioggia è la pioggia!”. Il principio d’identità impone al discorso una costanza nel linguaggio. Dobbiamo restare coscienti del senso col quale prendiamo le parole e non cambiare strada facendo.

La logica della dualità ammette anche il principio di contraddizione, A-nonA. Non ho il diritto di dire una cosa e il suo contrario, simultaneamente e con lo stesso rapporto: salgo le scale e le discendo, ma non nello stesso tempo. L’accusato dice che la sera del delitto era al Casino, e dice anche che era, quella sera, al club del golf. E’ uno o l’altro, ma non entrambi. C’è contraddizione.

La logica della dualità ammette infine  il principio del terzo escluso, che dice che una proposizione non può ricevere che due valori, vero o falso e che non c’è una terza possibilità A=V  oppure A=F. Questo ci induce a ragionare con il paradigma “o…o” (le cose sono indispensabili o non servono a niente,  hanno ragione  i darwiniani o i creazionisti) e così via.

 

I logici si sono resi conto dei limiti del pensiero duale. Esiste un’infinità di proposizioni che non si può nemmeno qualificare come vero/falso: non fossero quelle che implicano una predizione nel tempo: “Il tale vincerà alle elezioni di lunedì”, non è vero ma non è nemmeno falso. E’ possibile, è probabile. Certe proposizioni  escono dalla possibilità e diventano assurde o indecifrabili. Basta invertire le parole in una frase per andare nell’assurdo: “i bambini sono andati a giocare a pallone  sul prato”, ha senso; “i bambini sono andati a giocare a prato sul pallone”, è assurdo.

 

Nel nuovo paradigma della conoscenza che sta emergendo, ci siamo resi conto che il principio del terzo escluso può essere rifiutato. Il cambiamento è considerevole. Il principio del terzo escluso ha l’inconveniente di porre la mente in un modo di ragionare semplicistico e manicheo, da cui il modello torto/ragione. Merita di essere rifiutato perché non ammette sfumature. Chi ha, anche solo un po’, il senso della complessità della vita, rifiuterà un principio così riduttivo. E’ sciocco cercare campi in materia di verità, con dei per/contro, ragione/torto, bene/male, ecc., quando è molto più essenziale trovare delle interazioni in un sistema globale nelle cose stesse.

Un essere umano porta in sé tutte le virtualità. Nessuno è tutto bianco o nero e la vita è fatta  di  sfumature infinite e di una complessità senza fine. Bisogna rifiutare le alternative brutali, perché operano sempre una mutilazione nella realtà. La meccanica quantica ha mostrato i limiti del principio del terzo escluso ammettendo che un fenomeno poteva sicuramente apparirci, in esperienze differenti, sotto aspetti opposti.

E' il celebre caso del dibattito sulla natura della luce nell'alternativa onde/particelle. In certe esperienze, la luce si manifesta come se avesse una struttura particolare, in altre sembra manifestare la natura di un’onda. Come se si prendesse gioco di noi rifiutandosi di entrare nel quadro dei nostri concetti. Rifiutando il terzo escluso, il fisico rigetta il : “o…o”, e ammette:”a volte questo…a volte quello”, che è una formulazione che è una logica più comprensiva.

Dopo Séphane Lupasco, si dice oggi che la logica della complessità deve appoggiarsi sul terzo incluso. La portata del terzo incluso è immensa, perché ci invita a riconoscere la presenza del paradosso nel cuore del reale, pur rifiutando le semplificazioni. E’ un invito a pensare in maniera globale, o meglio ad approciare intuitivamente l’unità di ciò che è, poiché giustamente il terzo escluso condiziona in modo rigido il pensiero duale.

 

Eccoci. L’unità di ciò che è. La verità ha una portata ontologica. Essa è la via dell’Essere perché dice ciò che è. In Sanscrito la parola usata è satya. In satya c’è sat, l’Essere. Le Upanishad dicono: “solo la verità trionfa”. E’ nella verità che l’Essere è espresso così com’è e non altrimenti. A chi vive nella verità, l’Essere dà il suo aiuto.

Il mentitore, per definizione, dice ciò che non è. Perciò introduce il niente.

E’ il senso letterale in sanscrito del termine maya, l’illusione, che non è. Tutto ciò che si fonda sull’illusione non ha alcuna realtà. La vita nell’illusione è una lotta e pensare che la vita è una lotta è appunto il segno che è vissuta nell’illusione. Chi è il mentitore? Non questo o quello. Né questa o quella organizzazione.

 

E’ la mente che mente quando, rifiutando ciò che è o suggerendo ciò che dovrebbe essere, costruisce rappresentazioni mentali che mette al posto di ciò che è. La massima abilità della mente è arrivare a nascondere, giungendo a darci un’immagine costruita al posto dello stesso reale.

 

La mente vive proiettando il tempo psicologico, reificando il passato e idolatrando il futuro.

 

La mente fa dei piani e le sue carte sono così seducenti che non si vede più il territorio.

 

 A volte passiamo la vita nella foresta della mente, per entrare un giorno, stupiti e sorpresi dal fascino dei nostri sensi, nella chiarezza dell’essere scoprendo che le cose non sono quelle che crediamo che possano essere.

La mente  non sopporta il presente, perché è nel presente che ciò che è si offre, appare e risplende.

L’Essere si fa presente nel presente e l’unico modo per accoglierlo è di abitarlo in piena verità.

La mente sa che deve sparire, perché la manifestazione dell’Essere coincide con il Semplice: “ dove io sono qui ed ora”.

 

Nella mia umanità naturale, la semplicità di ciò che sono senza infingimenti, senza grandiosità, senza personaggi né immagini. Nella mia semplicità d’essere umano dove vengono a confluire e fondersi insieme un’intelligenza infinita e un’incarnazione limitata. E questo fa di ognuno un essere unico e prodigioso.

 

La mente ha paura di non pensare più e di non esistere e perciò preferisce le menzogne più brillanti alle verità più semplici.

Jean Klein diceva che l’impronta del reale stava sempre in ciò che era inatteso e nuovo.

Ciò che è preparato dall’intelletto ha poca possibilità di essere vero, è una riconfigurazione del conosciuto.

La Verità non rientra in nessuna delle rappresentazioni dell’intelletto.

In questo senso ogni costruzione mentale deve rivelarsi insufficiente ed essere scartata.

E’ il solo modo di avanzare verso l’indicibile, non pretendendo di rinchiudere la verità in un sistema. La verità più splendente non si lascia scegliere, ma guida i nostri passi.